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La morte viene simbolizzata dal soggiorno agli Inferi di Persefone:
Demetra interrompe la vita vegetale, ma l'uomo dei campi ha la
certezza della sua rinascita al ritorno sulla terra di Persefone.
Con questo mito i popoli dediti all'agricoltura superarono la
contraddizione di morte e vita e instaurarono quello della
periodicità: in autunno la vita appassisce e muore nell' inverno,
ma rinasce a primavera e produce i suoi frutti nell'estate.
Il mito della Segavecchia in questo contesto appare chiaro ed
evidente: nella celebrazione del superamento dell’inverno e del
ritorno della primavera (la vecchia bruciata o segata genera dal suo
stesso seno nuovi frutti) c'è un vasto raduno di genti che produce
l'incontro e la formazione di nuove coppie, in questo modo la
fertilità agraria è intimamente legata alla fertilità umana.
Nella « Segavecchia » si celebra, come dice il Frazer, il « Dio
che muore » quello spirito della vegetazione, del demone del grano,
incarnato, nella stessa Vecchia per cui la festa è fortemente
influenzata da una concezione animistica della natura. Essa non va
identificata nelle antiche feste agrarie romane, che pur sono da
considerarsi. variazioni dela stesso tema iniziale Terra-Madre.
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Esse avvenivano il 15 e il 19 aprile: la prima dedicata a Tellure,
la seconda a Cerere. Quelle rappresentano momenti successivi della
Fertilità; nella prima la fecondazione è già avvenuta e si premia
Tellure offrendole una vacca gravida, nella seconda si chiede a
Cerere di far crescere i vegetali offrendole una scrofa gravida.
A proposito della Segavecchia e del mito della fertilità, c'è da
considerare l'intervento cristiano-medioevale che sposta in modo
palese l'antica sostanza agraria e l'implicita connessione del
processo di vita – morte - vita in un problema di tipo morale
religioso, quello di peccato – pena -dannazione. La Vecchia
spogliata del suo mito, è degradata a donna di dubbi costumi, che
non ottempera alle disposizioni ecclesiali sul digiuno quaresimale;
mangia, infatti, dei salsicciotti, e “per sì piccol peccato è
condannata ad esser segata viva”.
La “dannatio capitis” quale elemento centrale del nuovo rito non ha
l' aspetto gioioso della “fugarèna”, deJ fuoco dator di vita,
ma si fa didattica rappresentazione del supplizio, che il Medio Evo
vuole rito pubblico e insieme salutare calarsi.
Mentre il rito agrario esaltava il ritmo della natura e delle sue forze
vitali, e ancora il valore della promessa
 segue
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