Storia

La leggenda

Tra mito e realtà

La leggenda narra che una giovane sposa, trovandosi gravida in tempo di Quaresima, presa da gran voglia di un "salsicciotto bolognese", e tanta era questa voglia, se lo trangugiò ancora crudo tutto intero; peccato grave per il quale sarebbe stata condannata a morte: morta segata a metà.

Si dice che la giovane, per non farsi riconoscere durante il suo passaggio per le vie del paese, si sia camuffata da anziana, "vecchia" per l'appunto, sporcandosi il viso di fango, stracciandosi i vestiti e ricoprendosi di stracci, e coprendosi il capo con un fazzoletto.

Giunta al patibolo i "boia" l'aspettavano brandendo un enorme sega da boscaioli, strumento con il quale le fu inflitta la terribile punizione.

La Segavecchia: antropologia e ritualità

(liberamente tratto da Scritti di Alberto Ararmini)

Per un forlimpopolese che vive la sua festa dall’ infanzia, che in essa vi si immerge, gustandone l'attesa e l'esplosione, la Segavecchia è partecipazione ad un « rito »; è rappresentazione collettiva. Pochi però si danno pena a comprendere l'intimo significato, a risalire le origini, a cogliere dentro il mito, la funzione reale....
La terra quale madre sta alla base del mito e più esattamente la fertilità: fertile è ciò che si porta nel proprio ventre, ciò che produce. ciò che rende.

Il culto della Terrà-Madre è già presente nella civiltà neolitica, in quella del Bronzo a Creta, e, con continue variazioni del tema, fondamentale nella civiltà greca e romana.
Antropologi e ricercatori quali il Granet e il Frazer hanno trovato manifestazione del rito della fertilità nelle più diverse parti della terra e presso società che traggono tutte la loro sussistenza dalla terra, cioè società agricole.

La fertilità viene assunta simbolicamente come donna, valgono a mo' d'esempio le statuette dai larghi glutei scoperte nei santuari mesopotamici; ma anche nei miti giapponesi, indonesiani e oceanici la donna è legata alla fertilità o alla fecondità della terra.

Un mito della fertilità si struttura interamente come ciclo di vita - morte - vita.
Questo stretto processo del mondo agricolo è stato, in particolar modo, colto dalle popolazioni del bacino mediterraneo e si manifesta, all'origine, nel mito di Demetra, regina delle terre coltivate a grano e di sua figlia Persefone.

Demetra ebbe da Giove una figlia, Persefone, la quale conduceva una giovinezza serena fra le ninfe, poco desiderosa di sposarsi. Lo zio Ade, signore degli Inferi, la vide, se ne innamorò e la rapì.

La madre Demetra la ricercò inutilmente su tutta la terra, poi il Sole, il cui occhio vede tutto, le rivelò il ratto e il nome del rapitore. Demetra allora si astenne da ogni attività fecondatrice e la terra diventò sterile. Zeus ordinò ad Ade di restituire Persefone alla madre, ma la ragazza non poteva più sfuggire agli Inferi perché aveva mangiato un chicco di melograno.

Si venne così ad un compromesso: Persefone avrebbe vissuto con Ade una metà o parte dell'anno e ad ogni primavera sarebbe tornata presso la madre Demetra, come dice l'omerico inno a lei dedicato: « fece subito spuntare il grano dai campi fecondi: la vasta terra tutta intera si caricò di foglie e di fiori ».

La morte viene simbolizzata dal soggiorno agli Inferi di Persefone: Demetra interrompe la vita vegetale, ma l'uomo dei campi ha la certezza della sua rinascita al ritorno sulla terra di Persefone.

Con questo mito i popoli dediti all'agricoltura superarono la contraddizione di morte e vita e instaurarono quello della periodicità: in autunno la vita appassisce e muore nell' inverno, ma rinasce a primavera e produce i suoi frutti nell'estate.
Il mito della Segavecchia in questo contesto appare chiaro ed evidente: nella celebrazione del superamento dell’inverno e del ritorno della primavera (la vecchia bruciata o segata genera dal suo stesso seno nuovi frutti) c'è un vasto raduno di genti che produce l'incontro e la formazione di nuove coppie, in questo modo la fertilità agraria è intimamente legata alla fertilità umana.

Nella « Segavecchia » si celebra, come dice il Frazer, il « Dio che muore » quello spirito della vegetazione, del demone del grano, incarnato, nella stessa Vecchia per cui la festa è fortemente influenzata da una concezione animistica della natura. Essa non va identificata nelle antiche feste agrarie romane, che pur sono da considerarsi. variazioni dela stesso tema iniziale Terra-Madre.

Esse avvenivano il 15 e il 19 aprile: la prima dedicata a Tellure, la seconda a Cerere. Quelle rappresentano momenti successivi della Fertilità; nella prima la fecondazione è già avvenuta e si premia Tellure offrendole una vacca gravida, nella seconda si chiede a Cerere di far crescere i vegetali offrendole una scrofa gravida.

A proposito della Segavecchia e del mito della fertilità, c'è da considerare l'intervento cristiano-medioevale che sposta in modo palese l'antica sostanza agraria e l'implicita connessione del processo di vita – morte - vita in un problema di tipo morale religioso, quello di peccato – pena -dannazione. La Vecchia spogliata del suo mito, è degradata a donna di dubbi costumi, che non ottempera alle disposizioni ecclesiali sul digiuno quaresimale; mangia, infatti, dei salsicciotti, e “per sì piccol peccato è condannata ad esser segata viva”.

La “dannatio capitis” quale elemento centrale del nuovo rito non ha l' aspetto gioioso della “fugarèna”, deJ fuoco dator di vita, ma si fa didattica rappresentazione del supplizio, che il Medio Evo vuole rito pubblico e insieme salutare calarsi.
Mentre il rito agrario esaltava il ritmo della natura e delle sue forze vitali, e ancora il valore della promessa e la speranza di un buon raccolto propiziandoli con il movimento di morte e vita, quello cristiano medioevale punisce la trasgressione alla regola. Alla rappresentazione della natura - madre, si sostituisce quella della natura dell’uomo, fragile, debole e peccaminoso.

Questa intromissione snatura il valore del mito antico ma non riuscendo a eliminare la figura della Vecchia è costretto a concessioni, per cui risalta la contraddizione di Festa di mezza quaresima di esecuzione capitale; insomma si festeggia e si punisce.
II « Dio che muore » è immiserito a creatura umana con l'aggravante della magia della stregoneria e il frutto che essa porta in seno viene ucciso con lei.

Tale degradazione dovuta ad elementi colti, sia chierici che laici è continuata nei secoli, anche in quelli vicini a noi, quando la «Vecchia» fu identificata nella regina dei ladri, dei truffatori, degli zingari, come fece un certo abate Missirini che, nella sua mentalità razionalistica, considerava evidentemente ogni festa popolare uno spreco, una superstizione. un atteggiamento pieno di ignoranza.

In questo ultimo secolo, a volte, la festa ha anche assunto il carattere della trasgressione e della mascherata, ma tali elementi sono rimasti complementari e non hanno intaccato a fondo il motto della fertilità che la sorregge. Infatti i Forlimpopolesi hanno continuato a considerare la loro Vecchia come simbolo positivo e a volere la festa, sotto tutti i regimi, come ritorno della primavera ed esaltazione del rapporto natura e generazione.

Così, anche quando la Vecchia non ha più proiettato fuori dal seno i frutti, anticipazione e promessa di un buon raccolto futuro, sono ricorsi alle frutta secca delle bancarelle, e mangiare la frutta secca è diventato esso stesso rito augurale.
La Segavecchia resta perciò, nonostante le incerte agglomerazioni e i tentativi di devianza, legata al ciclo della vegetazione, al ritmo del calendario agrario, alla alternanza delle generazioni e continua ad essere momento di scambio fra uomini e fra uomini e natura; fino a quando, ovviamente l' agricoltura non passerà sotto il controllo dell'industria e della genetica artificiale.

La vecchia oggi

Il Feticcio

La "Vecchia" è alta 5,10 metri, ed è già una bella statura, ma si narra che abbia raggiunto anche i 7 e persino i 10 metri, quando a Forlimpopoli non c'era ancora la luce elettrica a stendere la ragnatela di cavi tra casa e casa per le vie del borgo, e questo perché la Vecchia deve essere condotta al patibolo, cosicché tutti possano assistere al supplizio e trarne i dovuti insegnamenti, in particolare quello di rispettare l'obbligo del digiuno quaresimale imposto dalla Chiesa, in memoria dei 40 giorno trascorsi da Cristo nel deserto prima di essere crocifisso.

La "Vecchia" quindi negli anni ha subito diverse mutazioni, a partire dal misero carro in cui veniva portata al suo ingrato destino, che in origine era trainato da 2 boui, mentre oggi è trainato da moderni trattori. Il carro stesso è molto più grande di quello del passato, e viene ogni anno allestito diversamente, seguendo uno specifico tema. Si ricordano, per l'appunto, "Vecchie" hawaiana, ecologista, figlia dei fiori, motociclista, e ancora in tanti altri "travestimenti".

Prima che i boia incappucciati procedano all'esecuzione, la voce fuoricampo di un immaginario presidente di tribunale legge in prosa aulica e goliardica i capi d'accusa che hanno portato alla condanna, e questa volta non si tratta dell'innocente peccato di gola, ma di altri ben più piccanti e più gravi: la "sentenza" è, infatti, una scanzonata rassegna degli scandali pubblici e privati finiti sulle cronache locali e nazionali durante l'anno, scandali dei quali si fa ufficialmente carico alla povera vecchia, mentre tutti riconoscono i protagonisti e possono chiederne il più atroce castigo
giocando sul filo dell' equivoco e restando quindi impuniti.

Si fa dunque giustizia e la "Vecchia" è squartata dai boia, che fingono di faticare con una sega da tagliaboschi lunga 4 metri.
La sega è soltanto di legno, dato che il manichino della "Vecchia", incernierato all'altezza della vita, si apre tirando semplicemente una corda.
La testa e il busto ricadono così all'indietro, e dal ventre si rovescia una cascata di regali che sono distribuiti ai bambini presenti in tutta la piazza.

Dopo questi truci antefatti, si potrebbe pensare che i giorni della mezza Quaresima a Forlimpopoli inducano all'orrore, più che alla preghiera e alla penitenza. Al contrario, sono giorni di festa e di matta allegria, tanto che arriva gente da tutta la Romagna e anche da fuori.

I motivi del singolare passaggio dalla memoria di un feroce castigo alla celebrazione di una spensierata felicità popolare, sono diversi: l'origine va forse ricercata nel fatto che la cupa leggenda medievale si è sovrapposta ai miti e ai riti solari della Terra Madre (tramandati nelle società contadine fin dai primi giorni della storia) e dunque è un festoso ritorno alle origini, più che un'incomprensibile degenerazione.

Il tempo comunque confonde in un disinvolto mixage le due tradizioni e le relative varianti rituali.

Quindi una festa bellissima, più bella e più gaia che se contasse sui miliardi dello sponsor o sulle moine del personaggio famoso:questo perché è autentica, come questa città e i suoi abitanti.